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Un corpo in mare e un sistema che rende invisibili le morti

Ieri, martedì 21 aprile, il team della missione di monitoraggio aereo ALBATROSS di SOS MEDITERRANEE ha avvistato un corpo senza vita che galleggiava nel Mediterraneo. L’avvistamento nella regione di soccorso libica arriva pochi giorni dopo le notizie di due naufragi di massa al largo della Libia e di decine di corpi restituiti dal mare sulle coste orientali e occidentali del Paese. Cinque corpi sono stati recuperati dalla Guardia costiera libica e almeno 28 sono stati ritrovati sulle spiagge tra venerdì 17 aprile e lunedì 20 aprile.

Come per molte delle persone i cui corpi vengono restituiti dal mare, è improbabile che l’identità della persona avvistata ieri e le circostanze della sua morte vengano accertate. Il team ALBATROSS ha sollecitato le autorità competenti a recuperare e identificare il corpo e a verificare il collegamento dell’avvistamento con un incidente in mare, ma non ha ricevuto risposta.

Il 30 gennaio scorso, il team a bordo della Ocean Viking ha recuperato il corpo di una donna più a nord, nella regione di ricerca e soccorso maltese del Mediterraneo centrale. Era una delle pochissime persone recuperate dopo le segnalazioni della società civile secondo cui oltre 1.000 persone sarebbero scomparse durante il ciclone Harry a gennaio. Il progetto Missing Migrants dell’OIM è riuscito a verificare solo 425 persone disperse, tra cui la donna recuperata dalla Ocean Viking. Sebbene sia quindi inclusa in questa devastante statistica, la sua identità non è stata accertata.

L’inizio d’anno più mortale da quasi un decennio

Anche considerando che i dati dell’OIM rappresentano, per stessa ammissione dell’organizzazione, una sottostima, il 2026 ha registrato l’inizio d’anno più mortale dal 2017. Tra il 1° gennaio e il 22 aprile 2026, almeno 782 persone risultano morte o disperse lungo la sola rotta del Mediterraneo centrale – un aumento di oltre il 150% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

Oltre ai dati pubblicati e verificati attraverso fonti ufficiali, ONG e media, l’OIM mantiene un database parallelo di incidenti segnalati ma non verificati, esclusi dalle cifre ufficiali. Questo database parallelo contiene attualmente circa 400 casi aggiuntivi per il 2026, la maggior parte dei quali legati al ciclone Harry. Con il cambiamento climatico che intensifica le tempeste nel Mediterraneo, inclusi i cosiddetti “medicanes” (uragani mediterranei), condizioni meteorologiche estreme come quelle osservate all’inizio di quest’anno sono destinate a diventare più frequenti, rendendo attraversamenti già pericolosi su imbarcazioni inadatte alla navigazione ancora più rischiosi.

La politica della mortalità (e dei dati) nel Mediterraneo

Il peggioramento delle condizioni meteorologiche non cambia la realtà fondamentale: queste morti non sono tragici incidenti, ma il risultato prevedibile di scelte politiche deliberate. Il ritiro delle operazioni statali di ricerca e soccorso, l’esternalizzazione delle responsabilità a Libia e Tunisia e l’ostruzione delle attività delle ONG hanno mantenuto il Mediterraneo centrale tra le rotte migratorie più letali al mondo dal 2014.

Anche il modo in cui vengono presentati i dati su morti e dispersi è una scelta politica: il numero delle vittime viene citato come prova che le traversate sono pericolose e devono essere fermate — mentre le prove che collegano le decisioni politiche all’aumento della mortalità, come il mancato soccorso o la criminalizzazione delle operazioni di salvataggio, vengono sistematicamente minimizzate. Questa selettività si estende alla produzione stessa dei dati: nessuno Stato registra sistematicamente le morti in mare e la trasparenza è in diminuzione. L’Italia ha smesso di pubblicare dati dettagliati sulle operazioni SAR nel 2020; la Tunisia ha interrotto la diffusione dei dati sulle intercettazioni nel 2024. La mancanza di dati limita la possibilità di verificare gli eventi e comprendere cosa accade in mare.

Privati di diritti in vita, non riconosciuti nella morte

L’incertezza sui numeri è anche il risultato della disumanizzazione. Le persone a cui vengono negati diritti in vita vengono private di riconoscimento anche nella morte: i corpi restano non identificati, senza nome e senza conteggio. Si tratta di una lacuna strutturale ricorrente, che riflette sia le condizioni in cui avvengono queste morti — senza sopravvissuti, testimoni o documentazione — sia l’assenza sistematica di processi di identificazione.

Contrastare l’invisibilità delle morti in mare richiede testimoni. Le navi e gli aerei delle ONG sono spesso gli unici attori in grado di fornire prove in tempo reale, testimonianze dei sopravvissuti e registrazioni degli incidenti. Tuttavia, la loro capacità di farlo viene deliberatamente ostacolata attraverso restrizioni e criminalizzazione.

Il problema non è più solo la sottostima — le morti stanno diventando incalcolabili. Gli sforzi della società civile per documentare e dare un nome ai morti hanno a lungo compensato l’inazione degli Stati. Oggi, questi sforzi sono indeboliti dalla diminuzione dei testimoni, dalla riduzione della disponibilità di dati e dall’assenza di meccanismi di identificazione.

Ciò che serve non sono solo dati migliori, ma le condizioni che li rendano possibili: una presenza indipendente in mare, l’identificazione sistematica dei morti e una rendicontazione trasparente da parte degli Stati. Senza tutto questo, le morti continueranno a verificarsi senza essere registrate, senza riconoscimento e senza responsabilità.

 

Credits: Lucrezia Frabetti/SOS MEDITERRANEE