“Time to shine”: welcome to Taranto

“Time to shine”: welcome to Taranto

Aquarius, martedì 25.10.2016.

“Time to shine! It is our time to shine!!” Sul ponte posteriore della Aquarius, ai primi squarci di luce del martedì mattina, mentre la nave entrava nel porto di Taranto, c’erano una dozzina di uomini che pregavano. Pregavano l’ Europa di avere pietà di loro.
“Questa è la nostra occasione per risplendere” dicevano, battendo le mani insieme – anche le mie seguivano le loro – con un largo caldo sorriso pieno di speranza. A bordo molti erano ancora convinti che la destinazione fosse Toronto, Canada. Questo mi ha riportato alla mente quando, all’inizio del ventesimo secolo, gli italiani lasciavano il sud Italia dagli stessi porti dove noi oggi sbarchiamo i nostri ospiti. Dal 1920, più di 4 milioni di italiani sono emigrati verso gli Stati Uniti, il Canada o il Sud America. La maggioranza di loro erano migranti economici.

La notte precedente, prima dell’arrivo in porto della nave Aquarius, le donne hanno lasciato il loro  riparo intonando insieme un “Alleluia”. La festa sfrenata sul ponte, con le sue danze frenetiche, sembrava ai nostri occhi come una sorta di esorcismo dopo tutto il dolore, la violenza e la paura che hanno conosciuto in Libia.

“Siamo così felici stanotte” mi ha detto una giovane ragazza, in piedi sopra ad uno scatolone, battendo le mani gioiosamente. Ero felice di vedere vicino a lei anche A., 16 anni, finalmente sorridente.
Avevo già notato questa giovane triste ragazza. A. era ancora così spaventata da quello che aveva vissuto durante il suo viaggio che non poteva prendere sonno. Così dapprima mi sono seduta al suo fianco, in silenzio, poi le ho chiesto se voleva essere mia amica. Voleva. Ho provato un’incredibile sensazione di gioia, così profonda che mi ha sorpreso.

Da quel momento, durante i nostri quattro giorni di viaggio dalla zona SAR verso Taranto, l’ho sempre tenuta sott’occhio.

I suoi sorrisi e la sua amicizia erano diventati incredibilmente preziosi per me. A. ha viaggiato da sola per tante settimane. Non ha voglia di parlarne. In realtà non parla, mormora. “La maggior parte di queste ragazze ha subito ripetute violenze sessuali sia in Libia che precedentemente, durante il loro lungo e pericoloso viaggio.” mi racconta un volontario. È difficile riuscire a comprendere con chiarezza come questa apparentemente timida, dolce ragazza possa essere così profondamente ferita.

Durante lo sbarco l’ho persa di vista.  Sono fiduciosa che in Italia riceverà tutta l’assistenza di cui necessita una minorenne.
Dovrebbe essere mandata in una famiglia, avere una mamma, mangiare la pasta e andare a scuola.
Non sono riuscita a non cercarla per l’ultima volta. Era seduta in una corriera blu, diretta chissà dove. Mi ha visto e mi ha salutato quando è partita. Solo allora ho realizzato quanto mi mancasse di già.

Testo: Mathilde Auvillain

Traduzione:Stefano Ferri

Photo Credits: Andrea Kunkl/SOS MEDITERRANEE

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