Nel 2026, l’equipaggio della Ocean Viking ha soccorso 19 persone sudsudanesi, tra cui James*, John* e Ayman*. Le loro storie fanno luce sulle ragioni che spingono a intraprendere questi viaggi, sulla realtà di sfollamenti ripetuti e sulla speranza di trovare un luogo sicuro. Il Sud Sudan continua a essere colpito da una grave crisi umanitaria, con sfollamenti causati dai conflitti e dalle catastrofi. La guerra scoppiata nel vicino Sudan nel 2023 ha costretto a fuggire nuovamente anche persone che avevano già lasciato il Sud Sudan.

CONTESTO

Il Sud Sudan è diventato indipendente nel 2011. Nel dicembre 2013 sono scoppiati combattimenti tra le forze fedeli al presidente Salva Kiir e quelle che sostenevano il suo ex vicepresidente, Riek Machar. Il conflitto è stato caratterizzato da violenze diffuse e ha provocato lo sfollamento di milioni di persone. Per chi ha vissuto il conflitto da bambino, lo sfollamento è diventato parte della quotidianità.

«Quando ero bambino, a Juba, andavo a scuola e giocavo a calcio. Nel pomeriggio mi prendevo cura del bestiame e la sera suonavamo musica e ballavamo. Questa era la mia vita prima della guerra. Avevo 13 anni quando la guerra ha cominciato a colpirci. La mia famiglia ha dovuto lasciare il Sud Sudan e abbiamo camminato per 15 giorni per raggiungere il Sudan», racconta John, soccorso dalla Ocean Viking nel settembre 2026. Per la sua famiglia, allo sfollamento si sono aggiunte ulteriori perdite: «Ho lasciato il Sud Sudan a causa della guerra, ma la guerra non ha lasciato in pace la mia famiglia. Ho una sorella e tutti e cinque i miei fratelli sono stati uccisi. I miei genitori vivono ora in un campo profughi in Sudan, vicino al confine con il Sud Sudan».

Per James invece, al conflitto si sono aggiunti la separazione dalla famiglia e la mancanza di accesso all’istruzione e al sostegno necessario. «Non avevo nessuno che si prendesse cura di me. Non potevo andare a scuola. È per questo che ho lasciato casa: per sopravvivere».

Un secondo sfollamento, in Sudan

Per molti sudsudanesi, il Sudan è diventato un luogo di rifugio. Ayman era ancora un bambino quando, nel 2014, la sua famiglia vi è fuggita. Ha trascorso nove anni in un campo profughi, dove la famiglia dipendeva dagli aiuti umanitari per procurarsi gli alimenti di base.

Ma nell’aprile 2023 è scoppiata la guerra anche in Sudan, provocando un nuovo sfollamento. «Nel 2023, la guerra è arrivata anche in Sudan», racconta Ayman. «I miei genitori stavano invecchiando, erano senza lavoro e non riuscivano a mantenere tutti e quattro noi figli». Ayman è partito per la Libia, proseguendo un viaggio iniziato con la fuga dal proprio Paese.

In Libia, Ayman ha trascorso tre anni cercando di sopravvivere con lavori saltuari e informali. «Guadagnavamo circa 20 dinari al giorno, ma il lavoro non era mai regolare. Potevi trovare un impiego un giorno e non trovare nulla il giorno dopo». A un certo punto, non avendo abbastanza soldi per proseguire verso nord, si è offerto di lavorare per un uomo che trasportava capre, in cambio di un passaggio.

«Abbiamo viaggiato su quel camion per cinque giorni. Il mio compito era assicurarmi che le pecore rimanessero in piedi e non si sdraiassero durante il viaggio». Alla fine, Ayman ha tentato la traversata del Mediterraneo. «Ho tentato la traversata quattro volte. Il primo tentativo è fallito quando il gommone ha iniziato a imbarcare acqua e siamo tornati indietro».

Durante il suo ultimo tentativo, l’imbarcazione ha perso la rotta dopo che le onde si sono alzate e il GPS ha smesso di funzionare correttamente. «Le onde erano diventate altissime e il GPS non funzionava bene. Ci siamo persi. Abbiamo trascorso due notti sull’imbarcazione prima che ci soccorreste».

Anche John ricorda la paura della traversata e l’incertezza su ciò che sarebbe successo dopo. «Non ho detto a mia madre che sarei partito via mare. Sapevo che avrebbe pianto e mi avrebbe chiesto di non andare».

Le storie di James, Ayman e John mostrano come lo sfollamento possa trasformarsi in una successione di partenze, anziché in un unico viaggio. Le loro speranze per il futuro sono diverse, ma tutti condividono il desiderio di stabilità e di una vita libera dallo sfollamento.

Per Ayman, il futuro significa poter studiare, fare sport e sostenere la propria famiglia. «Il mio sogno per il futuro è studiare, giocare a basket e aiutare la mia famiglia».

Per James, la priorità è la libertà. «È una questione di libertà. La libertà viene prima di tutto». Spera un giorno di tornare in Sud Sudan e di contribuire al futuro del suo Paese attraverso la politica e la difesa dei diritti umani:«Certo, mi piacerebbe tornare [in Sud Sudan]. Ma non adesso. Un giorno succederà».

 

*Nomi modificati per proteggere l’identità dei sopravvissuti

CREDITI: Lucien Migné/SOSMEDITERRANEE