Rashid* ha 21 anni ed è originario del Sudan. Si trovava su una piccola imbarcazione di gomma partita da Tripoli, in Libia, insieme ad altre 35 persone, con la speranza di raggiungere Lampedusa. Hanno trascorso due giorni in mare, per la maggior parte del tempo alla deriva tra onde molto alte.

«La seconda notte in mare ho iniziato ad avere paura. Avevamo perso il motore e non avevamo la minima idea di dove ci trovassimo. Quando abbiamo visto per la prima volta la luce della vostra nave, ci siamo innervositi perché non potevamo sapere se foste lì per aiutarci o per costringerci a tornare in Libia. In qualche modo avevo accettato la possibilità che non saremmo sopravvissuti a quel viaggio, e pensavo che avrei preferito morire in mare piuttosto che essere riportato indietro verso ciò da cui eravamo fuggiti.

Ma quando si è trattato di decidere se accendere o meno la luce del mio cellulare, anche correndo il rischio che foste la Guardia Costiera libica, credo che mi sarei aggrappato a qualsiasi possibilità di sopravvivere. Così, insieme alle altre persone a bordo, abbiamo deciso di provare a mandarvi un segnale luminoso.

È difficile spiegare il sollievo che abbiamo provato sulla nostra piccola imbarcazione quando ci siamo resi conto che eravate una ONG europea e che finalmente saremmo stati al sicuro.

Se i libici ci trattassero bene, forse non saremmo costretti a rischiare la vita in mare. Ma ci trattano come animali. A volte persino peggio».

*Nome modificato per proteggere l’identità del sopravvissuto

Credits copertina: Ville Maali/SOS MEDITERRANEE