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Fucoammare di Gianfranco Rosi

2016

Cosa significa vivere su un isola che si trova sulla rotta delle migrazioni che attraversano il Mediterraneo in questi anni? Quanto cambia la vita degli abitanti di quest’isola quando entrano in contatto quotidiano con chi scappa da una terra martoriata in cerca di riscatto? Come è vivere sotto i riflettori e, allo stesso tempo, nell’indifferenza di media e istituzioni?

Il documentarista Gianfranco Rosi prova a rispondere a queste domande in Fuocoammare, il suo documentario del 2016.

La macchina da presa di Rosi si muove tra i paesaggi brulli di Lampedusa, l’isola siciliana che, in questi anni, ha fatto da scalo alle rotte migratorie, e segue i suoi personaggi, osservandoli nelle loro attività di ogni giorno. Rosi racconta a noi che osserviamo una quotidianità solo apparentemente normale in cui la natura sembra sovrastare l’elemento umano rappresentato, in questo caso, da un ragazzino che si muove libero in questa terra aspra, quasi respingente, ma in cui lui è perfettamente a suo agio come solo chi ci è nato può esserlo.

A guardare le immagini che scorrono davanti agli occhi dello spettatore sembra quasi che nulla sia cambiato e che l’isola viva la sua vita secolare indisturbata.

Ma poi, nelle parole di Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa, colui che ha visitato centinaia di migranti, ne ha esaminate le ferite e ha condotto le autopsie su quelli che non sono riusciti a sopravvivere, troviamo tutto il dolore e la disperazione di chi si sente impotente di fronte alla tragedia umanitaria che la rotta del Mediterraneo porta con sé. Bastano la sua commozione e la sua rabbia per farci capire che il cambiamento c’è ed è irreversibile. Quello che succede sotto i nostri occhi tutti i giorni è qualcosa che non possiamo più ignorare.

 

di Valentina Nencini