Sguardo sul Mediterraneo #4

Sguardo sul Mediterraneo #4

aggiornato al 4 maggio ore 18:00

Fine della quarantena sulla nave Rubattino per le persone soccorse da Alan Kurdi e Aita Mari

Ieri, lunedì 4 maggio, le 183 persone che, dopo essere state soccorse in mare dalle navi delle Ong Sea-Eye e Salvamento maritimo, erano state poste in quarantena dal 17 aprile sulla nave Rubattino, hanno concluso il periodo di isolamento sotto la supervisione medica della Croce Rossa italiana. Nel porto di Palermo sono ancora in corso le operazioni di sbarco delle 183 persone, incluso 2 donne e 33 minori non accompagnati. Secondo vari media, tutti i migranti erano risultati negativi al test del tampone Covid-19. Al momento non si ha notizia di una eventuale redistribuzione dei sopravvissuti in altri Paesi europei. Anche le navi Alan Kurdi e Aita Mari sono attraccate nel porto di Palermo nella mattina di ieri.

Zona SAR e Mediterraneo centrale

La Ocean Viking è ancora ancorata nel porto di Marsiglia, pronta a ripartire non appena possibile.

Questa settimana, la situazione nel Mediterraneo centrale è stata molto complessa con un incremento delle partenze, varie richieste di soccorso in mare e sbarchi autonomi.

Sull’isola di Lampedusa, nel giro di 24 ore, sono arrivate tre imbarcazioni di persone migranti. L’ultimo sbarco del 3 maggio riguarda un gruppo di 44 persone partite dalla Libia (Zawiyah) che, in un tweet, il giornalista Sergio Scandura ha riferito aver raggiunto le acque italiane al largo di Lampedusa ed essere sbarcato sull’isola a bordo di due motovedette della Guardia Costiera Italiana e della Guardia di Finanza. Il 2 maggio sono stati segnalati due arrivi. 69 persone sono state salvate, nelle acque territoriali italiane a circa 12 miglia dalla costa, da un’imbarcazione danneggiata, dalle motovedette della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza. Alcuni dei migranti, che erano a bordo di una barca di legno con un motore rotto, alla vista delle imbarcazioni di soccorso sono saltati in acqua e sono stati immediatamente recuperati dai soccorritori a bordo delle due motovedette.

Il secondo barchino con a bordo 9 tunisini è approdato direttamente in spiaggia autonomamente. Un gruppo di persone è stato portato al
Molo Favarolo, dove i 67 (69) hanno passato la notte, come raccontato da Mediterraneo Cronaca.

Queste 122 persone non potevano essere ospitate nel solo hotspot di Lampedusa, in quanto era pieno. Sono stati infine curati domenica sera dal sacerdote dell’isola, Don Carmelo. Si prevede che a breve saranno trasferiti in Sicilia.

Nella notte tra il 2 e il 3 maggio, una chiamata di soccorso da una barca di legno alla deriva senza carburante a sud della SAR italiana, con a bordo 78 persone (inizialmente rapportate come 90 persone), inclusa una donna incinta con immediato bisogno di assistenza medica, è stata raccolta da Alarm Phone. Le 78 persone sarebbero state portate in salvo a bordo della nave mercantile “Marina” in attesa di ulteriori istruzioni da parte delle autorità marittime, che finora non hanno fornito un Porto sicuro.

Il 30 aprile il governo maltese avrebbe commissionato un peschereccio di proprietà privata, che avrebbe già effettuato un respingimento in Libia di persone soccorse durante il week end di Pasqua, l’intercettazione di 57 persone in difficoltà nell’area di ricerca e soccorso dello stato insulare. Potrebbe trattarsi, ma non si hanno conferme ufficiali, delle circa 62 persone che Alarm Phone aveva riportato come in difficoltà il 29 aprile. Secondo la rete civile, i loro tentativi di contattare la Centrale di Coordinamento Soccorso Marittimo (MRCC) maltese quella notte sono stati in vano. Le persone alla fine sarebbero state trasferite sull’“Europa II”, una nave di proprietà privata, la “Captain Morgan” a 13 miglia nautiche dalla costa.

Il primo ministro maltese Robert Abela ha detto venerdì 1 maggio a che l’“Europa II”, rimarrebbe ancorata al di fuori delle acque territoriali prima che le persone salvate potessero  sbarcare: “finché l’Unione europea non troverà un modo per ricollocarli ” (Reuters). Secondo Times of Malta, il governo maltese ha mandato una lettera alla Commissione europea per richiedere un meccanismo di ricollocazione più efficace, equo e sistemico, e non impegni per determinate imbarcazioni. Al momento della stesura, promesse di ricollocazioni per 128 persone devono ancora concretizzarsi. Non ci sono state finora rilocalizzazioni per i migranti sbarcati a Malta nel 2020, dice la lettera.

Il Primo Ministro Robert Abela ha ammesso di aver “armato” una barca per respingere, nel week-end di Pasqua, 51 migranti verso la Libia devastata dalla guerra, ma ha insistito che era “una missione di salvataggio e non un respingimento”.

Il quotidiano Avvenire ha indagato sul caso della barca con persone in fuga dalla Libia, abandonnata alla deriva cinque giorni prima di essere intercettata e respinta da un peschereccio libico (leggere la precedente puntata di Sguardo sul Mediterraneo). Il giornalista Nello Scavo ha identificato il mezzo navale, ricostruito le informazioni sulla proprietà e ha ottenuto una risposta da Frontex, che attribuisce la responsabilità alle autorità marittime dei paesi mediterranei coinvolti. Nonostante le autorità marritime fossero tutte state informate in modo tempestivo, il salvataggio è stato troppo a lungo ritardato. Cinque persone sono morte e sette sono stati segnalati dispersi. Avvenire ha diffuso i nomi e i volti di alcuni dei defunti, alcuni dei quali annegati e alcuni dei quali morti sul peschereccio durante la ritirata in Libia.

Anche il New-York Times descrive “l’ultima tattica per respingere i migranti dall’Europa? Una flotta privata e clandestina”. Secondo l’inchiesta, il governo di Malta ha arruolato tre pescherecci da traino di proprietà privata per intercettare i migranti nel Mediterraneo e respingerli in Libia.

In un comunicato stampa congiunto della società civile, Alarm-Phone e le ONG della società civile maltese hanno dichiarato che «è sconcertante che le notizie di migranti che stanno per annegare e che potrebbero essere salvati dal tempestivo intervento di Malta non inneschino alcun tipo di risposta da parte del governo. Comprendiamo appieno le difficoltà di Malta nella gestione dell’arrivo di migranti e rifugiati. Ma è comunque abominevole che queste sfide ci rendano insensibili alla perdita di vite umane proprio alle nostre porte».

In un commento alla stampa dell’Assistente Alto Commissario per la protezione dell’UNHCR Gillian Triggs su ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale, l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, fa appello ad un maggiore coordinamento, alla solidarietà e alla condivisione delle responsabilità alla luce dell’aumento dei movimenti di rifugiati e migranti nel Mediterraneo.

“(…) Le legittime preoccupazioni per la salute pubblica possono essere affrontate attraverso la quarantena, i controlli sanitari ed altre misure. Tuttavia, ritardi nei soccorsi o impedimenti agli sbarchi di imbarcazioni in difficoltà mettono a rischio le vite delle persone. Un porto sicuro per lo sbarco dovrebbe essere fornito senza indugio, insieme a un rapido accordo su come condividere la responsabilità tra gli Stati per l’accoglienza delle persone una volta raggiunta la sicurezza sulla terraferma.”

“Considerato il perdurare del conflitto in corso in Libia, della detenzione abituale in condizioni disumane dei rifugiati e richiedenti asilo sbarcati, che spesso si trovano ad affrontare condizioni di sovraffollamento e insalubri, e delle altre problematiche relative al rispetto dei diritti umani, l’UNHCR ribadisce che nessuno dovrebbe essere riportato in Libia dopo essere stato soccorso in mare.”

“Gli Stati costieri europei del Mediterraneo spesso si fanno carico delle maggiori responsabilità nel caso di arrivi via mare. Quei pochi Stati che permettono regolarmente lo sbarco dovrebbero poter contare sulla solidarietà prevedibile degli altri stati UE attraverso un meccanismo rapido ed efficace di trasferimento, oltre che sul sostegno alle strutture di accoglienza. (..)”

“In questo contesto, l’UNHCR esorta a rafforzare la solidarietà intra-UE con gli Stati costieri mediterranei dell’UE che accolgono rifugiati e migranti e chiede agli altri Stati membri di mostrare una maggiore condivisione delle responsabilità sotto forma di sostegno ai trasferimenti. Gli sforzi collettivi sono essenziali per salvare vite umane in mare.”

Al di là dell’attuale crisi per il COVID-19, l’UNHCR chiede un rinnovato impegno per ridurre la perdita di vite umane in mare, compresa una maggiore capacità di ricerca e soccorso e un meccanismo prevedibile di sbarco.

Libia

Le autorità della Libia orientale hanno espulso almeno 1.400 migranti e rifugiati dall’inizio di quest’anno. Le deportazioni rappresentano una violazione del diritto internazionale secondo quanto dichiarato, martedì 28 aprile, dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani.

“I numeri che abbiamo raccolto riguardano i primi mesi del 2020. Nel conteggio, sono stati inclusi anche i 160 migranti sudanesi espulsi ad aprile”, ha dichiarato Jeremy Laurence, portavoce dell’Ufficio dell’Alto Commissariato durante un briefing alla stampa. “Tali pratiche violano gli obblighi internazionali in materia di diritti umani che vietano il respingimento (refoulement) e l’espulsione collettiva”, ha aggiunto Laurence. I migranti e rifugiati, secondo le informazioni rilasciate dall’ONU, sono stati riportati in Sudan, Niger, Ciad e Somalia e sono stati espulsi dalla Libia senza accesso all’assistenza legale o ad altri servizi necessari per garantire loro la giusta protezione.

Un anno dopo la ripresa del conflitto armato a Tripoli e in un momento in cui la situazione umanitaria in Libia continua a deteriorarsi a causa di ulteriori escalation militari e della diffusione del Covid-19, una coalizione di varie organizzazioni della società civile tra cui Amnesty International, ARCI, ASGI, Avocats Sans Frontiers (ASF), Cairo Institute for Human Rights Studies (CIHRS), EuroMed Rights, International Federation for Human Rights (FIDH), Global Legal Action Network (GLAN), Human Rights Watch (HRW), Lawyers for Justice in Libya (LFJL), Migreurop, Oxfam International e Saferworld esorta “i governi e le istituzioni europee a fermare ogni azione che mira a bloccare le persone in un paese dove si trovano in costante e grave pericolo”. Nella dichiarazione congiunta si esorta a rivedere e riformare le politiche di cooperazione con la Libia sulla migrazione e sul controllo e gestione dei confini. Durante gli ultimi tre anni queste politiche hanno portato al blocco di decine di migliaia di donne, uomini e bambini in un paese dove sono stati esposti ad abusi spaventosi.

La raccomandazione coincide con la presentazione di un esposto elaborato da GLAN, ASGI e ARCI alla Corte dei Conti Europea. Nel loro esposto, le tre organizzazioni chiedono alla Corte un audit sulla cooperazione dell’UE con la
Libia, volto a determinare se l’Ue ha infranto la legislazione comunitaria in materia finanziaria, nonché gli obblighi sui diritti umani, nel supportare la Libia nella gestione dei propri confini.

Il 27 aprile, in un dibattito della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) del Parlamento europeo con rappresentanti della Commissione, del Consiglio d’Europa, Frontex, UNHCR, Ong (inclusa Sea-Eye), la maggioranza dei deputati ha insistito sul fatto che la Libia “non è un paese sicuro per lo sbarco di persone salvate in mare”. Hanno chiesto che “l’UE smetta di canalizzare fondi alla Libia per gestire la migrazione e formare la sua guardia costiera, mentre la violazione dei diritti umani dei migranti e dei richiedenti asilo continua”.

Nel suo scambio con il Parlamento, Dunja Mijatović, Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, ha sottolineato la necessità, nonostante la crisi di Covid 19, di portare avanti i salvataggi in mare e consentire ai superstiti di sbarcare in porti sicuri, di aumentare la capacità di salvataggio e di migliorare la cooperazione tra gli Stati.

Mentre nel Mediterraneo proseguono i respingimenti operati dalla guardia costiera libica e sostenuti dall’UE e dall’Italia, secondo l’OIM, il 1 maggio, 51 migranti, tra cui 3 donne e 2 bambini, sono stati respinti dalla guardia costiera libica a Zawyiyah. La maggior parte di loro sono stati portati in detenzione.

 

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