Sguardo sul Mediterraneo #2

Sguardo sul Mediterraneo #2

Aggiornato al 20 aprile ore 17:00 

Partenze, omissioni di soccorso ed emergenza umanitaria nel Mediterraneo centrale 

Nel Mediterraneo centrale, l’emergenza umanitaria si è ormai considerevolmente aggravata. Negli ultimi dieci giorni sono state segnalate più di 1.000 persone in fuga dalla Libia su imbarcazioni di fortuna. Centinaia di persone sono state intercettate e rinviate forzatamente in Libia, mentre il governo di Tripoli ha dichiarato i propri porti “non sicuri” a causa dei bombardamenti che infuriano nella regione e della pandemia Covid-19. OIM Libiaha twittato il 17 aprile scorso, che “solo nell’ultima settimana, almeno 800 persone sono partite dalla Libia nel tentativo di attraversare l’Europa. Circa 400 sono stati respinti in Libia e arrestati. Almeno 200 di loro sono finiti in centri non ufficiali e risultano non più rintracciabili”. 

Durante il tragico fine settimana di Pasqua, in cui Alarm Phone aveva pubblicato le posizioni conosciute di tre imbarcazioni su quattro totali che avevano chiesto aiuto – non soccorse per quattro giorni dagli Stati competenti per il salvataggio a mare – una barca è arrivata autonomamente a Porto Palo e un’altra a Pozzallo in Sicilia; mentre una terza imbarcazione con circa 47 persone a bordo ha lanciato diverse chiamate di soccorso mentre era in acque maltesi. Questa imbarcazione è stata lasciata senza soccorso, per più di 40 ore, ma è stata finalmente salvata grazie all’intervento della nave Aita Mari della Ong Salvamento Maritìmo Humanitario, che ha fatto rotta sulla zona dell’emergenza partendo dalla Sicilia. 

12 morti e 51 sopravvissuti riportati in Libia dopo un’agonia di sei giorni 

Un’altra barca partita da Garabulli, in Libia, tra il 9 e il 10 aprile con 63 persone a bordo (inizialmente si pensava 55), incluse 7 donne e 3 bambini, è rimasta nella zona Sar maltese – denuncia Alarm Phone – per almeno 72 ore senza ricevere soccorsi. Tutto si è svolto all’indomani dei decreti con cui l’Italia e Malta hanno dichiarato “non sicuri” i propri porti a causa della pandemia di coronavirus.  

Le circostanze intorno a questo evento e la mancanza di chiarezza circa il suo coordinamento devono ancora essere pienamente stabilite. Resta il fatto che risultano 5 i morti e 7 i dispersi. I sopravvissuti e le cinque salme sono stati condotti a Tripoli, dove sono arrivati il 15 aprile. Ne hanno dato notizia  l’OIM e l’UNHCR, specificando che era approdato nel porto di Tripoli un peschereccio con 51 superstiti e 5 cadaveri. La Libia ha inizialmente negato l’autorizzazione allo sbarco. Successivamente, una volta a terra, tutti i superstiti sono stati trasferiti in un centro di detenzione. 

Sulla tragica vicenda, la rete Alarm Phone, con le testimonianze di alcuni dei sopravvissuti e la collaborazione delle ong Sea-Watch e Mediterranea Saving Humans, hanno pubblicato un comunicato “Dodici morti e un respingimento segreto verso la Libia”, che raccoglie la ricostruzione dettagliata del caso di distress.  

ALAN KURDI e AITA MARI  

Dopo dodici giorni di attesa un’altra nave, l’Alan Kurdi della ong Sea Eye, grazie a un accordo siglato dal ministero dei Trasporti Venerdi 17 aprile, ha potuto trasferire i 149 naufraghi tratti in salvo su una nave della Compagnia italiana di navigazione, il Raffaele Rubattino, dove effettueranno il periodo di quarantena sotto la supervisione sanitaria della Croce Rossa. Il 16 aprile scorso a bordo della Alan Kurdi si sono avuti momenti di tensione quando uno dei naufraghi ha tentato il suicidio gettandosi in mare. L’uomo è stato immediatamente soccorso dai volontari della ong. Non è stato ancora chiaro cosa avverà ai naufraghi dopo la quarantena e in quale Stato sbarcheranno i sopravvissuti.  

Sulla Rubattino, dopo due ulteriori evacuazioni medicali sono stati trasbordati anche i 34 naufraghi che erano a bordo della nave spagnola Aita Mari, che si è diretta verso il porto di Palermo. 

Secondo EU Observer, un portavoce della Commissione ha dichiarato il 14 aprile scorso che la Commissione europea non è in grado di fare un commento di natura giuridica sulle decisioni prese da Italia e Malta di chiudere i loro porti alle navi di salvataggio dei migranti, aggiungendo che l’istituzione UE “Non ha competenza per determinare se un porto è sicuro. 

In una nota di speranza, questi giorni hanno visto anche centinaia e centinaia di persone mobilitarsi in ogni modo per salvare la vita dei naufraghi in mare. Per imporre alle istituzioni di rispettare la legge, le convenzioni internazionali, l’umanità. Il lavoro di Watch The Med – Alarmphone, Sea-Watche Mediterranea Saving Humans, che hanno messo le loro strutture operative giorno e notte su questi casi, si è intrecciato con l’attivazione di una moltitudine di persone della società civile, in Italia e a Malta in particolare, che hanno gridato forte Savethem! Salvateli! 

Gli sbarchi autonomi proseguono, il 17 aprile all’alba sono sbarcate 36 persone al molo Favarolo, a Lampedusa e sono stati trasferiti sulla terra ferma in Sicilia.   

Il deterioramento della situazione umanitaria in Libia  

In un comunicato, il 17 aprile scorso, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) ha espresso “grave preoccupazione per la sorte di centinaia di migranti che quest’anno la Guardia Costiera libica ha riportato a terra e dei quali non si hanno più notizie”.  

“Secondo recenti dati governativi, circa 1.500 persone sono attualmente detenute in 11 centri della “Direzione per la lotta contro l’immigrazione illegale” libico (DCIM), alcuni da molti anni. Si tratta del numero più basso registrato da ottobre 2019. 

Tuttavia, nel 2020 almeno 3.200 uomini, donne e bambini a bordo di imbarcazioni dirette in Europa sono stati soccorsi o intercettati dalla guardia costiera libica e riportati indietro, in un paese in cui ancora si combatte, e dove sono quotidiane le violazioni dei diritti umani come la tratta di esseri umani, il sequestro, la detenzione ed estorsione di migranti e rifugiati. La maggior parte finisce in strutture adibite ad attività investigative o in centri di detenzione non ufficiali. L’OIM non ha accesso a questi centri. 

“La mancanza di chiarezza sulla sorte di queste persone scomparse è una delle preoccupazioni più gravi”, ha detto una portavoce dell’OIM, Safa Msehli. “Siamo a conoscenza di molte testimonianze di abusi che si verificano all’interno dei sistemi di detenzione formali e informali in Libia”. 

Numerose testimonianze, che per l’Onu “sono considerate credibili, da parte di comunità di migranti in contatto con l’Oim sostengono che i detenuti vengono consegnati ai trafficanti e torturati nel tentativo di estorcere denaro alle loro famiglie, abusi che sono stati ampiamente documentati in passato dai media e dalle agenzie dell’Onu”. 

Il deterioramento della situazione umanitaria in Libia, denunciata da tutte le organizzazzione umanitarie, dove la pandemia di Covid-19 rischia di complicare ulteriormente la condizione umanitaria in un paese già devastato dalla guerra. Secondo Infomigrants e OIM, sarebbero 200.000 gli sfollati interni questi ultimi dodici mesi. 

“Non mi sono mai sentita così vicina alla morte come in questo momento qui a Tripoli. Ci sentiamo perduti”; “non possiamo fare altro che attendere il nostro destino”. Sono alcune delle testimonianze che il New York Timesha raccolto in un video: uno spaccato della crisi libica, tra guerra civile e coronavirus. 

La Libia ha registrato il suo primo caso confermato di COVID-19 il 24 marzo 2020. Mentre il numero di pazienti COVID-19 rimane basso in Libia, secondo le statistiche ufficiali, le risorse per trattare i potenziali pazienti sono scarse. Secondo il Johns Hopkins Coronavirus resource center, 49 persone sono risultate finora positive alla malattia. Il Governo di Accordo Nazionale (GNA) della Libia ha dichiarato un coprifuoco di dieci giorni a partire dal 16 aprile, per combattere il COVID-19. 

L’OIM è allarmata dal deterioramento della situazione umanitaria in Libia e ribadisce che è inaccettabile che le persone soccorse in mare vengano riportate in un contesto in cui si combatte e in cui diventano vittime di abusi e di traffici. L’Organizzazione ribadisce inoltre il suo appello all’Unione Europea affinché si stabilisca con urgenza un meccanismo di sbarco chiaro e rapido per porre fine al ritorno coatto dei migranti in Libia. 

L’Europa deve essere più che mai solidale, a terra come in mare. Insistiamo per aprire un dialogo urgente con gli Stati europei allo scopo di lavorare su scenari legali e innovativi e raccogliere insieme questa sfida.   

Stiamo lavorando attivamente per ripartire presto per salvare vite in mare perché questo rimane il nostro dovere di cittadini europei e di marittimi. Vi informeremo regolarmente sul proseguimento delle nostre operazioni.   

Crediti foto : Guglielmo Mangiapane/ SOS MEDITERRANEE