Non so nemmeno il nome della donna che è morta accanto a me

Non so nemmeno il nome della donna che è morta accanto a me

Aquarius, Aprile 2017

Testimone Anonimo.

E’notte fonda. Il mare è agitato e abbiamo tutti molto freddo. Sono già nove ore che siamo in piedi. Nell’oscurità totale, mentre il nostro gommone è sballottato dalle onde. Il vento sta crescendo di intensità. Uno dei galleggianti al centro del nostro gommone di 3 metri per 8 è scoppiato già un’ora fa. Stiamo imbarcando acqua. Avevamo sette taniche di carburante a bordo per il viaggio. La maggior parte si è rovesciata nell’acqua di mare sul fondo del gommone, ai nostri piedi.

L’odore del carburante è asfissiante. Avevo la sensazione di svenire da un momento all’altro. Pur completamente disorientati e storditi dai fumi, molti sono presi dal panico al crescere del livello dell’acqua nel gommone. Sono sul punto di lasciarmi andare, quando vedo le luci di una nave di soccorso.

“Mantenete la calma!” è la prima cosa che ci urlano i soccorritori in inglese, francese ed arabo. Ciononostante, sento il panico che ci assale. Stiamo affondando, mentre i vapori del carburante ci annebbiano la mente.

I soccorritori sono intorno a noi, in due piccole barche veloci. Non appena riescono a riportare un po’ di calma, iniziano a distribuire i giubbotti di salvataggio e chiedono se ci sono feriti. Qualcuno accanto a me grida “C’è una donna qui a terra. Non si muove più”. La trasferiscono immediatamente sull’imbarcazione di soccorso. Mentre corrono verso la nave più grande, vedo uno dei soccorritori verificare se respira ancora.

Era ancora in piedi quando abbiamo avvistato le luci della nave dei soccorsi?

A quel punto abbiamo tutti delle bruciature sulle gambe e sulle caviglie. Siamo storditi dai fumi del carburante. I dottori a bordo poi ci diranno di sbarazzarci dei nostri indumenti dal momento che la miscela di acqua di mare e carburante crea delle bruciature chimiche molto gravi sulla pelle. Non so per quanto tempo quella donna sia rimasta riversa in quella pericolosa miscela che si era accumulata sul fondo del gommone affollato.

Venti minuti dopo, i soccorritori ci aiutano a salire a bordo della nave più grande. Facciamo fatica a stare in piedi. Mentre a poco a poco mi riprendo, vedo dall’altra parte del ponte il corpo della donna che aveva perso conoscenza.

E’ sdraiata a pancia in su, con lo sguardo perso nel vuoto. C’è un medico chino su di lei, che le comprime il torace in un ritmo veloce e intenso. Ogni tanto dice qualcosa. Sono troppo lontana per capire cosa dica. Ma vedo l’espressione triste che hanno tutti intorno e il sudore sulla fronte del dottore.

Ci conducono in un’area riparata della nave, dedicata alle donne ed ai bambini, e ci danno vestiti puliti ed acqua fresca. Siamo esausti, infreddoliti e sotto shock.

Un paio di minuti dopo, sento un grido di dolore provenire da una delle donne sul limitare della nostra area. E’ una parente della donna che stanno soccorrendo sul ponte. I medici le spiegano che il cuore della donna si è fermato e che non sono riusciti a rianimarla. Viene dichiarata morta sul ponte dell’Aquarius, la nave di soccorso che è venuta a salvarci. Al riparo della zona protetta dove mi trovo, ancora sotto shock per tutto quello che abbiamo vissuto, ripenso a come è iniziato il nostro viaggio nove ore fa.

Siamo arrivati insieme alla spiaggia e a noi donne è stato detto di imbarcarci per prime. C’erano cinque gommoni pronti per più di 600 persone. Ci hanno detto di andare verso la prua di uno dei gommoni e di sederci. Saremmo state circa 40 donne. Molti altri che avevano visto com’era agitato il mare non volevano salire a bordo.

Poco prima che fosse il mio turno di salire a bordo, i trafficanti libici hanno iniziato a sparare in aria con le loro mitragliatrici. Stavano perdendo la pazienza. Metà di noi si sono buttati a terra sulla spiaggia, per fuggire dagli spari. Gli altri si sono fiondati sui gommoni nel panico. Era il caos totale. Quando gli spari sono cessati, ho visto due donne morte schiacciate: una era visibilmente incinta.

I loro corpi sono stati sbarcati dal gommone e scaricati sulla spiaggia senza tante cerimonie. Abbiamo continuato a imbarcarci, adesso più in fretta. Eravamo passati dal panico ad un terrore raggelante. Dovevamo allontanarci al più presto da quegli uomini.

Non appena il gomone si è riempito ci siamo lanciati nell’oscurità. Dopo le prime onde, ho realizzato che stare seduti al centro del gommone era una trappola mortale. Non riuscivo a vedere niente ma sentivo le persone cadere giù mentre il gommone era scosso dalle onde. Qualcuno è inciampato su di me e mi ha dato una ginocchiata sulla cassa toracica. Mi stavano schiacciando. Ho urlato agli uomini che sedevano sui tubolari del gommone “Aiutateci ad alzarci! O qui moriremo tutti!”. Ci hanno aiutato e siamo rimasti in piedi per le nove ore successive.

Sentivo che stavo perdendo le forze. Uno dei tubolari laterali del gommone aveva continuato a sgonfiarsi. Ha iniziato ad entrare acqua. Nel primo momento di panico le persone si sono spostate verso il centro del gommone e devono aver rovesciato alcune taniche di carburante. Il mix di carburante e acqua di mare nel fondo del gommone saliva di livello, centimetro dopo centimetro.

Poi abbiamo visto le luci dei soccorsi ed ho sentito la voce della parente della donna che è poi stata dichiarata morta gridarle “ Guarda su! Le vedi le luci?”. “ Non riesco ad alzare la testa” ha risposto, “sono troppo debole”. Deve aver perso conoscenza poco dopo, cadendo nell’acqua impregnata di carburante.

Non so se sia riuscita a vedere le luci dei soccorsi.

Voglio rimanere anonima. Sono terrorizzata nel raccontare questa storia. Ho paura di quello che potrebbe succedermi se le persone sbagliate la leggessero. Ma nonostante questa paura, voglio che il mondo sappia quello che sta succedendo in Libia. Come i migranti siano trattati come animali. Voglio che sappiate dei centri di detenzione, dove le donne sono usate come schiave del sesso dalle guardie. Tutte le notti. Che sappiate degli aborti di “quei bastardi senza padri” come li chiamano le guardie. Delle condizioni orribili di quei gommoni sovraffollati in cui siamo costretti a salire. Ma più di tutto, voglio dire ai miei connazionali in Nigeria “Non venite. La Libia è l’inferno in terra”.

Testo: Sebastian Frowein

Traduzione: Francesca Ciardiello

Photo Credits: PBar/SOS MEDITERRANEE

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