L’attesa

L’attesa

 

Mai come oggi c’è stato un sentimento, una condizione, che accomunasse tutti, globalmente, senza fare distinzioni. Una condizione che ci costringesse tutti a fermarci, a riflettere, a guardare con una prospettiva diversa. Il mondo è in attesa.

Quella dell’attesa è una condizione familiare per i soccorritori. Un’attesa che è un tendere a e non un mero aspettare. Un’attesa che è vigile e che è il preludio di una grande frenesia, che si spera sempre porti ad un sospiro di sollievo. 

Un soccorritore in servizio è sempre pronto, anche se non sa esattamente per cosa… dietro l’angolo può esserci un soccorso relativamente semplice, una strage o una situazione del tutto nuova e inaspettata, o forse nessuna di queste opzioni. La notte si dorme, ma in realtà si è sempre svegli perché si è consapevoli del fatto che potrebbe succedere qualcosa e che non ci si può permettere alcuna distrazione. (Viviana, SAR team)

Per un soccorritore ci sono tanti tipi di attesa… c’è quella a bassa intensità emotiva dei lunghi viaggi per arrivare in zona SAR, quella del rientro gioioso verso un porto sicuro ma non ancora assegnato e c’è quella del tutto particolare, ad alta intensità emotiva, a ridosso del soccorso. Quest’ultima è quella più densa di pensieri, di schemi mentali sulle procedure da seguire, di dubbi sulle possibilità di salvare vite in un numero che si avvicini il più possibile al 100% dei naufraghi. (Stefano, SAR team)

La consapevolezza di poter essere utile per rispondere all’emergenza fa sì che l’attesa diventi fonte di grande stress, concentrazione, frustrazione, impazienza.

Eppure, ci vergogniamo di questa impazienza, sappiamo tutti (e i neofiti ancora di più) che dovremmo piuttosto rallegrarci che non ci siano persone in pericolo in mare. Alla noia si aggiunge il senso di colpa. Certo, si cerca di mettere a frutto il tempo come si può. Dopo tutti i training giornalieri si chiacchiera, si fa ginnastica, si leggono libri, si vedono film. Un grande classico è farsi bonariamente beffe dei neofiti a bordo. 

Non appena c’è un soccorso, però, gli scherzi smettono, le interviste si interrompono. 

È il momento in cui i giornalisti capiscono che i soccorritori sono solo comparse, e che fino ad allora era come una vacanza; capisci che molti vorrebbero metter via telecamere, taccuini e microfoni per aiutare, e che si chiedono con intensità se sia più importante soccorrere o documentare. Vedi nei loro occhi il brusco passaggio da qualcosa che è stato letto, visto in foto o in video, ascoltato, qualcosa di astratto insomma, a qualcosa che è inevitabilmente reale. E quando cominciano a salire a bordo i primi naufraghi, i giornalisti sono come ammutoliti di fronte alla profonda umanità delle persone soccorse, di fronte ai grandi occhi colmi di emozioni di chi è appena scampato, di fronte alla realtà incontrovertibile di persone ferite, malate, morenti. Di fronte all’inevitabilità della morte. (Benedetta, SAR team)

Il soccorso. 

Quando arriva il momento del soccorso c’è solo bisogno di agire, devi essere lucido e tempestivo, l’adrenalina sale e non c’è tempo per pensare, perché ogni azione o non azione potrebbe costare la vita di qualcuno. (Viviana, SAR team)

I soccorritori si allenano allo stremo. Giorno dopo giorno ripetono, passo dopo passo, cosa bisogna fare, come bisogna reagire. Chi di noi li osserva dall’esterno non capisce il perché di questa danza che si ripete all’infinito. Lo si comprende solo nel momento in cui scatta l’allarme, il panico prende il sopravvento, e il soccorritore, lucido e tempestivo, sa perfettamente cosa deve fare e dire per salvare il bene più prezioso: la vita. 

Il mondo intero è adesso in attesa e i soccorritori, i medici, i volontari hanno iniziato la loro danza frenetica, lucida, tempestiva. Ogni soccorritore, in mare come a terra, sa che c’è un altro capitolo che segue il turbine del salvataggio. È il respiro di sollievo dell’ultima mano tesa dal boat landing, dell’ultimo piede che tocca il ponte, del primo paziente che non ha più bisogno del respiratore, della prima passeggiata alla fine della quarantena

… li porti in salvo sulla nave, il primo rifugio sicuro, la tensione scende, si allenta forse c’è anche tempo per qualche lacrima … e, sempre cosi, poi, si ricomincia. (Viviana, SAR team)

 

Interviste e testo: Isabella Trombetta

 

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