Il mediatore culturale, l’interfaccia tra naufraghi e soccorritori

Il mediatore culturale, l’interfaccia tra naufraghi e soccorritori

Il 23 aprile 537 persone sono sbarcate nel porto di Trapani in Sicilia, dopo essere state soccorse dai team di SOS MEDITERRANEE. Se ce l’hanno fatta è in parte dovuto al mediatore culturale presente sulla nave Aquarius. Seraina Eldada, una giovane donna di 24 anni, ha ricoperto questo ruolo di cui non si parla molto ma che è importantissimo nella riuscita delle operazioni di salvataggio. Ha scelto di raccontarci la propria esperienza a bordo.

 

«Restate calmi, non abbiate paura. Tutto andrà bene. Vi porteremo al sicuro a bordo della nave arancione». Queste sono le prime parole che sentono i naufraghi quando le lance di salvataggio di SOS MEDITERRANEE si avvicinano a un’imbarcazione in pericolo. Sono pronunciate dal mediatore culturale, un membro del team di Medici senza frontiere (MSF). Vera interfaccia tra le persone in pericolo e i soccorritori, il suo ruolo è fondamentale. Durante il primo approccio a un’imbarcazione in pericolo ogni parola e ogni gesto contano per evitare che la concitazione la faccia capovolgere.

Il mediatore culturale accompagna i naufraghi dal primo minuto del salvataggio fino all’approdo in un porto sicuro. Studentessa di sicurezza internazionale e risoluzione dei conflitti, Seraina parla correttamente sei lingue. Considera il proprio ruolo un «ponte» tra i soccorritori e i naufraghi, da un lato, e fra i team di MSF e SOS MEDITERRANEE dall’altro.

 

«Il panico è contagioso»

Fin dal primo contatto visivo con un’imbarcazione in pericolo cerca di individuare l’origine geografica e la lingua delle persone per poter costruire una relazione di fiducia il più rapidamente possibile. Nessun’altra persona comunica con i naufraghi durante il primo approccio. «Certe volte non so, allora chiedo “English? Français? Arabi?”. Si deve distinguere la lingua dominante fin dai primi secondi. Talvolta è un mix fra tre lingue», racconta Seraina. Allora, per evitare di perdere l’attenzione delle persone che con capiscono una delle lingue, il mediatore culturale deve pronunciare frasi molto brevi e alternare le lingue ogni cinque secondi.

Seraina cerca innanzitutto di stabilizzare la situazione prima di parlare. Poi si mette in piedi sulla lancia di salvataggio vicino all’imbarcazione e dà il primo messaggio: «Siamo un’organizzazione umanitaria. Vi porteremo a bordo della nostra nave. Ci sarà abbastanza posto per tutti. Siete salvi. Non abbiate paura. Restate calmi. Vi daremo istruzioni. È importante che le seguiate, così tutto andrà bene. Verremo a prendervi uno dopo l’altro». Infine spiega perché e come le persone devono indossare i salvagente che sono già pronti per essere distribuiti.

Un messaggio essenziale per stabilire un rapporto di fiducia dal quale dipende in gran parte la riuscita dell’operazione di salvataggio e sopratutto per evitare il panico. «Il panico è contagioso. La situazione può diventare velocemente critica, con le persone che cadono in acqua e il pericolo che alcune anneghino».

 

«Ho imparato molto presto l’importanza di essere costantemente in contatto con i naufraghi»

Il mediatore culturale rappresenta il team dei soccorritori: il suo sguardo, il suo atteggiamento, la sua calma, la lentezza dei suoi gesti, il suo sorriso si riflettono nella fiducia che i naufraghi ripongono nella squadra. «Le persone che si trovano di fronte a noi ci osservano. Hanno imparato a osservare, a interpretare ogni passo, ogni gesto. È così che sono sopravvissuti fino a questo punto. Osservano se siamo preoccupati, se non li guardiamo negli occhi. Spesso sono passati anni da quando hanno potuto fidarsi di qualcuno. Fare un cenno col capo o un gesto con la mano per salutare: questo fa una grande differenza per tranquillizzare le persone».

E se si perde il contatto, magari per un secondo, con i naufraghi? «Se guardo in basso, le persone si agitano, cominciano a parlare fra di loro. Ho imparato molto presto l’importanza di essere costantemente in contatto con loro. Parlargli per tenerli occupati, per evitare che pensino alla loro situazione attuale, che è molto pericolosa».

Il mediatore culturale deve adattarsi alle molte emozioni che si trova di fronte: incertezza, paura, panico, entusiasmo, eccitazione, gioia. «Certe volte un’emozione predomina, ma generalmente è un mix. Si deve essere pronti a tutto». Per prepararsi Seraina deve «stabilizzare» innanzitutto se stessa, mantenere «una calma d’acciaio». «Mi rendo conto dell’enorme responsabilità che ho. In questi momenti, se lasciassi spazio alle mie emozioni, metterei a rischio la riuscita dell’operazione. Si deve aspettare la fine del salvataggio per digerirle». Dopo aver dato il primo messaggio e stabilizzato la situazione, il mediatore culturale non comunica più verbalmente con le persone in pericolo. Passa il testimone al vice coordinatore dei soccorsi, che dà le istruzioni per iniziare l’operazione.

 

«Un piccolo angelo che ci viene incontro»

Il mediatore culturale diventa dunque un vero soccorritore. Grazie alle procedure di primo soccorso ripetute a bordo, Seraina ha salvato molte vite. Racconta di aver praticato, durante un salvataggio critico, un massaggio cardiaco a una persona ritrovata in acqua priva di conoscenza. Tornata a bordo della Aquarius, pensava non fosse bastato. «L’infermiere mi è venuto incontro e ha sorriso.“Guarda quel signore laggiù, è quello che abbiamo tirato fuori dell’acqua”. Vedo un uomo a terra con gli occhi aperti. Lo guardo, lui mi guarda e strizza gli occhi, come se mi dicesse buongiorno e grazie. Mi sono resa conto che era sopravvissuto».

Seraina ammette di essere stata colpita molte volte dalle parole dei naufraghi dopo un salvataggio. «Lei era come un piccolo angelo che ci veniva incontro. Ci ricorderemo sempre di lei», le hanno detto a bordo della nave.

 

Comprendere il vissuto, raccogliere le testimonianze, preparare al “dopo”

Dopo un salvataggio, il lavoro del mediatore culturale non finisce: raccoglie le testimonianze lungo il viaggio verso un porto di sbarco per comprendere il vissuto dei naufraghi e le sofferenze sopportate. «È il momento più difficile. Purtroppo le testimonianze si assomigliano molto. Tra le centinaia di persone con cui ho parlato durante i sei mesi a bordo, una soltanto mi ha detto di non essere stata torturata. Ho saputo più tardi che in realtà non mi aveva detto tutto».

Queste informazioni sono essenziali, perché stanno alla base del ruolo di testimone che MSF e SOS MEDITERRANEE si sono date. «Speriamo che la comunità internazionale agisca di fronte a queste testimonianze».

Alla fine del viaggio, il mediatore culturale riunisce i naufraghi in gruppo e dà loro l’ultimo messaggio che li prepari all’arrivo e alle domande alle quale dovranno rispondere una volta giunti nel porto. Li informa delle difficoltà che li aspettano dopo la parentesi di rara serenità a bordo della Aquarius. Questo momento è importante: per la prima volta dopo lungo tempo i naufraghi pensano a ciò che li aspetta.

Dopo sei mesi intensi, Seraina ha dovuto decidersi a lasciare la nave. Quando ne parla, descrive una «indignazione cresciuta nel tempo nei confronti della mancanza di empatia» per le storie delle persone, tutte uniche e simile allo stesso tempo, che ha sentito tante volte in francese, in inglese o in arabo.

Storia raccolta da  Laura Garel
Traduzione  Silvia von Verschuer
Editing   Federica Giovannetti

Foto Maud Veith / SOS MEDITERRANEE

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