Aquarius è una mano tesa in un naufragio – Diario di bordo

Aquarius è una mano tesa in un naufragio – Diario di bordo

Aquarius, martedì 16.05.2017

Arrivano in tanti su Aquarius, sono stati salvati dall’equipaggio del SAR Team, addestrato e competente nei soccorsi in mare. Appena mettono piede sul ponte della nave piangono, abbracciano, ringraziano e poi cadono stremati e dormono. I più arrivano senza nulla, spesso a piedi nudi o con delle ciabattine usurate e una maglietta consunta, alcuni hanno uno zaino, pochi portano con sé un accenno di valigia. E in quella c’è tutto ciò che possiedono, un pezzetto della loro vita ormai alle spalle.

La nave che li accoglie è un ponte tra la vita passata e quella che deve ancora venire, è un passaggio tra la morte e la vita.

Vengono da molti paesi del mondo, parlano lingue e dialetti lontani, possiedono culture differenti, ma ci sono aspetti che accomunano tutti: fuggono da violenze di ogni genere, persecuzioni, povertà estrema, schiavitù, conflitti, sia nei loro paesi d’origine che in Libia, dove originariamente sono andati a rifugiarsi sperando in una vita migliore. Tutti sono passati da lì, nessuno ha più avuto la possibilità di tornare indietro e tutti hanno trovato nel Mediterraneo l’unico canale di fuga.

Ognuno di loro afferma: “Non avevamo altra scelta, la Libia era un inferno, meglio provare a scappare sperando di sopravvivere in mare”. Tutti l’hanno messo in conto e con la paura fin nelle ossa hanno deciso di intraprendere il viaggio.

Sono migliaia, o molti di più, gli uomini, le donne e i bambini che scappano in una migrazione inarrestabile. Non ci sono numeri che stabiliscono quante persone salgono sui gommoni e nemmeno quante ne muoiono, ma una cosa è certa, che le politiche europee con il rafforzamento dei controlli alle frontiere e le politiche di respingimento non hanno ottenuto nessun risultato concreto, gli esseri umani in fuga continuano a spingere sulle coste libiche perché hanno un solo, unico obiettivo: vivere liberi!

Quante volte ci è stata riproposta la domanda: “Ma perché non stanno a casa loro? Perché non si fanno progetti per aiutarli a vivere là?” La risposta sembrerebbe semplice per chi avesse voglia di sentirla, ma rimane inascoltata.
Basterebbe parlare con le persone che sono sulla nave Aquarius, i loro racconti immediati, lucidi e veritieri che ci portano al cuore del problema, oltre che della sofferenza.

Una donna siriana, soccorsa nell’ultimo salvataggio, con in braccio i suoi due bambini mi ha chiesto: “Vorresti vivere, tu, in un posto dove ti rapiscono i figli per ottenere il riscatto, dove te li strappano dal braccio, dove sei costretto a lavorare senza essere pagato, dove le donne subiscono violenze sessuali di fronte a tutti e nel silenzio generale per il terrore di essere uccise, dove ti sparano per strada per prenderti un paio di scarpe, dove le donne sono obbligate a prostituirsi e dove le persone scompaiono o vengono trattenute per un periodo indeterminato anche senza mangiare? Dimmi, tu cosa avresti fatto al mio posto?

La mente si appanna e ti accorgi di essere di fronte ad una sofferenza a cui non hai accesso perché troppo profonda.
L’unica cosa possibile è ascoltare senza filtri lasciandosi colpire da ogni parola che grida morte, ingiustizia, violenza, dolore, paura, sofferenza, tragedia.

In ogni testimonianza che ci offrono c’è una memoria individuale e una memoria collettiva. Quest’ultima è importante perché trasforma ogni dramma personale in qualcosa che non è solo del singolo soggetto ponendolo in una morsa: “Perché è capitato questo, perché proprio a me?”, ma è una realtà in cui è stata coinvolta una parte dell’umanità.

Le esperienze di chi attraversa il deserto, di chi subisce violenze nelle “case di collegamento” libiche, di chi attraversa il mare per un pezzo di libertà, le esperienze della guerra e delle persecuzioni che imperversano nel mondo, ripercorrono traumi che non sono solo questioni personali ma si riferiscono all’umanità intera, anche quella che pensa di non essere colpita da tutto ciò.
A maggior ragione non vanno ignorate e dovrebbero essere un monito alla nostra dis-umanità.

Le persone che ci raccontano fatti che appaiono atroci e incredibili sono i testimoni diretti che, attraverso la loro vita,si fanno garanti della veridicità dei fatti. Sono depositari della sofferenza loro e di molti e per questo vanno presi sul serio, perché tutto ciò non sia avvenuto invano.

Per questo la missione di SOS MEDITERRANEE, oltre alla ricerca e al salvataggio in mare, è anche quella di testimoniare la realtà del fenomeno migratorio e diffonderne la consapevolezza presso l’opinione pubblica europea.

La fase dell’emergenza, come quella del salvataggio in mare, e la successiva accoglienza su Aquarius rappresenta per i migranti un momento di aiuto tempestivo concreto che permette loro di ristabilirsi, offre loro la possibilità di comunicare e di essere riconosciuti come esseri umani a pari diritti e dignità.
Aquarius è solo un passaggio, la fessura per un respiro, una mano tesa in un naufragio. E’ la possibilità di riprendere vita, non più la propria, quella è andata perduta quando hanno strappato il fiore con le radici che si sono portati con sé.
Del fiore loro sono il profumo.

Autrice: Francesca Vallarino Gancia – Testimony Collector
Foto: Francesca Vallarino Gancia/SOS MEDITERRANEE
Editing: Francesca Vallarino Gancia

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